Parecchi anni fa c’era un tizio che portava in giro un asino attaccato a una corda. Stava cercando un posto buono dove attaccarlo, come gli avevano ordinato. Aveva trovato subito e senza troppa fatica l’anello che il padrone dell’asino gli aveva indicato ma non gli era piaciuto per niente, lì a metà di una colonna in pieno sole, d’estate, con un caldo così appiccicoso da sudare da nudi, figuriamoci con il pelo addosso. Di sicuro l’asino sarebbe morto in poche ore, lì legato, e quell’unico essere che portava la roba e faceva quasi tutto il lavoro per lui proprio non se lo meritava di crepare di caldo e di sete e di sole, perché era un asino per bene che non si lamentava mai, pensava il tizio.

asino

Dopo un po’ di andirivieni con l’asino al suo fianco, il tizio incontrò un altro tizio, che lavorava per lo stesso padrone, solo che lo faceva da molto più tempo e aveva imparato senza sforzo a ubbidire agli ordini. Si fermarono e fu il tizio avvezzo a dire sissignore che prese il discorso. Chiese perché l’asino non fosse già legato dove il padrone aveva detto. Quello con l’asino alla corda rispose che non ce l’aveva lasciato perché non gli andava piaceva il posto: troppo sole, troppo caldo. “E’ il posto sbagliato”, gli scappò detto, e già che c’era rimarcò anche che tra gli ultimi ci si aiuta o che almeno si dovrebbe e che non importa se si è uomini o asini o capomastri: “anche se fai finta, non sarai mai il padrone”. Questo fu tutto il biasimo che espresse nei confronti di quell’altro, ma bastò a farsi dare il solito consiglio: “se attacchi l’asino dove dice il padrone avrai da mangiare e da bere, altrimenti c’è solo la strada e la miseria e sarai tu a finire morto di sete e di fame e di sole”.

A quello non replicò più: si girò verso il somaro e l’animale scosse le orecchie e le drizzò. All’improvviso il tizio sciolse il nodo e tirò via la corda, ma l’asino rimase fermo anche senza il freno per tutto il tempo che servì per prendere la decisione, e non fu molto. “Me ne vado, salutami il padrone”, disse il tizio all’altro e poi s’avviò verso il fiume con l’asino di dietro, ma libero. “Magari di fame, ma di sete di sicuro non moriremo, perché lungo la strada c’è anche il fiume e l’acqua lì è di tutti e non solo del padrone”, disse al somaro e quello rise come ridono i somari, con la bocca aperta e tutti i denti fuori.

Da quel momento i due camminarono parecchio e arrivarono quasi fino al mare. Non morirono di fame, anzi: l’asino finì i suoi giorni da libero all’ombra di un albero. Quando lo conobbi, il tizio viveva in una bella casa poco lontano. Non c’erano più asini che lavoravano con lui, ma parecchie persone e nessuno che lo chiamasse padrone. Un pomeriggio che faceva troppo caldo per lavorare m’insegnò che quando attacchi l’asino dove dice il padrone se l’asino sta bene è merito del padrone, ma se muore è colpa tua. “E poi ai padroni non importa nulla dei somari e neanche della gente, pensano al valore. Io invece ho pensato all’asino perché gli volevo bene. Gli asini son bestie strane: possono anche portar la corda al collo, ma quando puntano è inutile che tiri, loro restan fermi.

L’asino cammina bene solo se gli va, le altre volte t’asseconda e non è mai la stessa cosa”.
E questo è tutto quel che so sugli asini, sui padroni e sulle allegorie.