Determinazione. Freddezza. Distacco.

Sono i tre punti cardini della comunicazione di Vladimir Putin, Presidente della Federazione russa al suo quarto mandato, ex spia dei servizi segreti e attuale protagonista della politica internazionale nella cornice della Guerra in Ucraina.

Apparso ultimamente sempre più spesso negli schermi di tutto il mondo, lo “zar” russo si è distinto per lo stile comunicativo algido e austero con cui si è rivolto all’occidente nella sua propaganda contro l’Ucraina e il Presidente Zelensky. Camicia bianca, giacca e cravatta, un’ambientazione istituzionale che conferisce autorevolezza, un tavolo a dividerlo dallo spettatore e lo sguardo sempre rivolto verso la telecamera. Tutto grida potere e fermezza. Ogni gesto di Putin è assolutamente curato, i movimenti sono minimi, la postura è rigida, ogni parola è scelta con precisione. Nulla è lasciato al caso.

Anche i suoi messaggi hanno un obiettivo ben specifico: la patria.

Dal “dna del popolo” al “Nulla mi farà ritrattare il fatto che quello russo e quello ucraino sono un unico popolo”; dal “liberare l’Ucraina dai nazisti” al “hanno tentato di distruggere i nostri valori tradizionali e di imporci i loro pseudo-valori”, tutto gira intorno all’onore, alla tradizione, ai valori del popolo russo.

Putin è un leader d’altri tempi. Non è “uno del popolo”, non è un politico che si mischia tra la gente comune. La sua figura è circondata da un’area di distacco e freddezza intenzionale che lo pone fuori dalla portata dei suoi stessi collaboratori. Ciò è visibile anche dallo scarso uso dei social network come mezzo di informazione politica. In un mondo in cui Twitter è diventato lo strumento politico per eccellenza per mantenere un contatto diretto con il proprio popolo e i propri elettori, Putin sceglie la via della censura, oscurandone la visibilità e impedendone l’utilizzo.

Nel discorso del 24 febbraio 2022, nel quale ha annunciato l’inizio delle operazioni militari russe contro l’Ucraina, il leader russo ha adottato una scelta particolare. Il video mostra inizialmente un contesto di un “behind the scenes” politico, una riunione del Presidente con i suoi collaboratori in un clima più che informale – gomiti sul tavolo, pause tra una frase e l’altra – in netto contrasto con la serietà dell’evento.

Poi torna la compostezza.

Putin si rivolge all’occidente e lo fa con la frase ormai diventata virale: «Chiunque tenti di ostacolarci, e ancor di più di creare minacce per il nostro Paese, per il nostro popolo, dovrebbe sapere che la risposta della Russia sarà immediata e porterà a conseguenze mai sperimentate nella tua storia. Siamo pronti per qualsiasi sviluppo di eventi. Tutte le decisioni necessarie al riguardo sono state prese».

È una scelta comunicativa molto efficace, che utilizza una minaccia velata comprensibile da tutti senza che essa venga espressa esplicitamente. La potenza di questa frase fa capire che, nel mondo di oggi, la guerra non si combatte solo con soldati e armi ma anche, e soprattutto con parole. Parole che evocano immagini e che incutono timore a chi le ascolta.

Lo stesso timore dei collaboratori di Putin che, nella riunione con i vertici delle Forze Armate e dell’Intelligence, alla domanda «Siamo tutti d’accordo sulla strategia di gestione della questione Ucraina?» non hanno osato aprire bocca, limitandosi a cenni con la testa, come i quel non così lontano 1943 quando Hitler interrogava, a scopo puramente formale, i suoi generali.

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